«L’imprimatur di Aldo Manuzio»


Carlo Carena
Sole 24 ORE (@sole24ore)


«Davies e Harris tratteggiano la figura dell’umanista-editore: 120 edizioni dei principali autori antichi. Con il motto “Festina lente”».

Martin Davies - Neil Harris, Aldo Manuzio. L’uomo, l’editore, il mito. Traduzione di Maurizio Ginocchi. Carocci editore, Roma, pagg. 206, € 18.



«Nell’officina di Venezia. Il bibliofilo Jean Grolier de Servières (1479-1565), seduto, dialoga con l’editore Aldo Manuzio (1449-1515). (Yenetta, El Mundo ilustrado, 1880. Stampa originale in bianco e nero)».


«Uno fra i quattromila Adagi su cui Erasmo si sofferma più a lungo e che commenta in modo più brioso è il Festina lente, “Affrettati lentamente”. Proverbio anzitutto squisito per la sua forma, poiché composto di due sole parole fra sé contrastanti, un glorioso ossimoro insomma, e poi per il suo contenuto, poiché distoglie gli uomini da decisioni e azioni precipitose e rovinose, come quelle da cui astenendosi Fabio Massimo riassestò la repubblica romana e acquistò eterna gloria col soprannome di Temporeggiatore.



»Il “Festina lente” del grande tipografo

»Qui il testo vira piacevolmente, poiché Erasmo racconta di aver visto quel detto impresso su una moneta di Vespasiano donata da Pietro Bembo al tipografo Aldo Manuzio. Lì sul verso era raffigurata un’ancora – la fermezza – alla cui asta era avvolto un nuotante delfino – la vorticosa rapidità. Aldo l’aveva anche vista, quella vignetta, tra le incisioni che illustravano la splendida edizione della Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, da lui stampata nel ’99, con la didascalia sottostante Semper festina tarde. Essa figurò anche poi (1531) tra gli Emblemi dell’Alciato accompagnata dalla quartina “Allorché i Titani sconvolgono i mari, | giova ai miseri naviganti gettare l’àncora. | Sentendo pietà per gli uomini, il delfino l’afferra,| affinché possa ficcarsi più salda sul fondo”.

»E divenne il marchio e il sistema delle sue edizioni, inaugurando una tradizione ancora viva nello Struzzo Einaudi, quale sta nel Dialogo dell’imprese del Giovio, con un chiodo nel becco e Durissima coquit, digerisce e fonde il ferro così come lo spirito vince le più dure difficoltà.

»Da questo punto, quanto segue nel Festina lente di Erasmo riguarderà la persona e l’opera del grande tipografo, cui Erasmo è legato da ammirazione e amicizia per il suo contributo alla nascita del libro stampato e alla diffusione della cultura classica, da lui personalmente conosciuta e posseduta, e alla sua diffusione generosa in forma corretta ed elegante. Bastava che io scrivessi, racconta Erasmo, allora alloggiato nella casa stessa del suocero di Aldo, ed ecco che lui stampava – evidentemente festinans non lente (e di fatto il Festina lente è posto curiosamente e forse ironicamente da Erasmo nell’Indice degli Adagia non sotto la voce Festinatio bensì sotto Tarditas).



»Alla ricerca dell’antica cultura

»Così il suo nome si è diffuso al di là dello stesso orbe cristiano, è conosciuto e celebrato da chiunque coltiva le arti liberali, tanto più se, “nauseato dalla barbara e crassa cultura odierna” egli aspira alla vera e antica cultura. Il mondo oggi è pieno di libracci futili, “quali probabilmente ne scrivo anch’io, inutili, ignoranti, infami, violenti, empi e faziosi”. Ma quest’uomo sembra nato apposta per opporsi e risvegliare e restituire a tutti e per tutti il tesoro della vera letteratura, che egli possiede nella sua mente, emendata e corretta con sua immane fatica: “impresa, per Ercole, davvero erculea” e di gloria eterna dovunque.

»Ed eccoci forniti per la prima volta di Platone in greco, di Plutarco storico e morale, Ateneo, Aristotele, Pausania, Pindaro, stampati con ben altra accessibilità e con grande sollievo dei nostri occhi, fin qui costretti a logorarsi su rari manoscritti medievali scorretti, tarlati, ammuffiti e corrosi.



»Nell’officina di Venezia

»Nato a metà Quattrocento in un borgo dell’Italia Meridionale, dopo gli studi di filologia e letteratura a Roma, Aldo trovò a Venezia il luogo ideale per esaudire la sua passione per la cultura. Già a metà Quattrocento lì operavano una cinquantina di tipografi. Ed eccolo lì anch’egli a fine anni Ottanta impiantare la sua officina nel centro di Venezia, in Campo Sant’Agostino. Dieci anni dopo, la prima edizione: una grammatica greca, del Lascaris, “quasi un preludio a tutti i nostri lavori – così nell'Introduzione, – stampata sia per richiesta di molti che vogliono imparare il greco, sia per le condizioni del nostro tempo infestato da enormi guerre in tutta l’Italia per l’ira di Dio a causa dei nostri vizi”; e più corretta dell’edizione precedente di mano dell’Autore stesso su una copia da lui rivista e ora in possesso del giovane patrizio veneto Pietro Bembo: e che Dio ci aiuti, poiché noi abbiamo stabilito di impiegare tutta la nostra vita in questa valle di lacrime a vantaggio dei nostri simili.



»L’invenzione dell’ “ars artificialiter scribendi”

»Seguiranno in una successione laboriosa e trionfale Aristotele, Esiodo, Teofrasto, Aristofane, sempre e tutti in greco, e per i quali il tipografo allestì anche i caratteri per la stampa, chiarissimi, così come introdusse per le opere in latino i caratteri corsivi, modellati sulla scrittura del Petrarca, non riservati per parole che devono spiccare nella sequenza dei tondi, ma da lui impiegati per la loro compattezza nella composizione di interi volumi, come un tutto Virgilio nel 1501 tirato e venduto in 6mila copie, primo di una serie, come si spiega nell’Introduzione, che comprenderà “con identici caratteri tutti gli autori più importanti”.

»La sua fu una passione e una convinzione saldissima e profonda. Se Gutenberg non andò oltre il mestiere dello stampatore, a Manuzio si può attribuire gran parte della rivoluzione provocata dall’invenzione dell’ars artificialiter scribendi, una della tre scoperte, assieme a quella della polvere da sparo e alla bussola, che, pur “meccaniche”, a detta di Bacone in un Aforisma del Novum organon, mutarono radicalmente l’aspetto e la condizione di tutto il mondo ed ebbero altrettanto potere e influenza sul genere umano.



»Il saggio di Martin Davies e Neil Harris

»A illustrare questa vicenda straordinaria soccorre un volume di grandi qualità anche letterarie di due studiosi e docenti inglesi, non sempre concordi nelle idee ma accomunati dallo stile nitido e brioso e dalla concretezza dei dati: Martin Davies e Neil Harris, Aldo Manuzio L'uomo, l'editore, il mito, realizzato e pubblicato da Carocci. A Davies si deve l’iniziale parte storica, mentre Harris traccia il “mito” delle edizioni aldine, del loro contenuto e delle loro forme tipografiche, dandoci anche i cataloghi ed elenchi organizzati e ragionati delle sue edizioni, allestiti e pubblicati da Aldo per non essere scocciato da richieste di informazioni, occupatissimus homo qual era, a tal punto di non avere nemmeno il tempo di soffiarsi il naso.

»Come si vede anche lì, col passare del tempo la sua produzione si caratterizza sempre più ambiziosamente per la destinazione non popolare ma accademica e l’invasione di autori greci e di opere d’alta e specifica scienza. Col che vengono determinati a poco a poco anche l’assetto e la prassi del sistema educativo europeo, con quelli che si definiscono gli studia humanitatis.



»La figura dell’umanista-editore

»Perciò Manuzio scende a perfezionare anche tecnicamente i testi, attribuendo all’editore un ruolo importante. Introdusse per primo nei testi latini e poi negli italiani la virgola, fin lì rappresentata anch’essa indistintamente dal punto e virgola; e le sue edizioni ebbero un’importanza decisiva per l’uso delle virgolette nel racchiudere esattamente le citazioni. Per orientare rapidamente il lettore fornisce i testi di indici copiosissimi: quello delle Cornucopiae del Perotti è di cinquanta pagine su cinque colonne, come a dire quasi un decimo dell’intero volume in-folio.



»Libretti portatili ed errata corrige

»Ulteriore facilitazione, i libretti portatili, che sollevano dal peso e dalla spesa degli in-folio e che permettevano così ai gentiluomini colti di scoprire negli autori antichi le virtù civiche di quei tempi, delle quali fare tesoro nella propria attività politica. Tra essi il record è raggiunto nel 1505 dall’Ufficio della Beata Vergine Maria in latino col formato in-trentaduesimo e un prezzo minimo, 10 soldi, là dove per un equivalente in-ottavo occorreva una lira.

»Secondo una statistica compilata e riferita qui da Harris, nel 1540 in Italia, i volumi in-ottavo rappresentavano già più della metà della produzione libraria. E ulteriore impegno perfezionistico, quasi una venerazione per l’immacolatezza del libro, l’introduzione degli errata corrige, giacché malauguratamente (così è scritto fin da principio, nella citata Grammatica greca del Lascaris), “non si poté ottenere che gli stampatori (come al solito) non facessero delle inversioni e corruzioni nel testo”.

»Non fu però corretta una delle vignette dell’Hypnerotomachia Poliphili che si può considerare, azzarda Harris, “la prima pubblicazione nella storia di un’immagine indecente, e cioè Priapo che venerato su un altare, sotto un baldacchino fiorito, da un tripudio di donne festanti esibisce di lassù i suoi vistosi genitali.

»Tutto ciò è documentato nel volume da una cospicua appendice di riproduzioni di pagine e testi aldini nel ventennio di attività, e infine il catalogo in cui nel ’13 Aldo elenca per gli studiosi i titoli dei testi greci e latini da lui fin lì pubblicati, con una sintetica descrizione dei loro contenuti.



»Il successo di Manuzio

»Del successo, o meno, del passo successivo, le vendite, Harris produce la testimonianza diretta: il Zornale di un libraio veneziano conservato alla Biblioteca Marciana, con la registrazione delle vendite e dei relativi ricavi, in tre anni e mezzo, dal maggio 1484 al gennaio 1488: in totale 25mila volumi.

»Purtroppo, ma inevitabilmente, i prezzi erano piuttosto elevati, soprattutto per i testi greci. Per acquistare i cinque volumi di Aristotele un bibliotecario del livello del Platina alla Biblioteca Vaticana si sarebbe dovuto privare dello stipendio di un mese, mentre per un Virgilio o un Petrarca occorreva l’equivalente della paga settimanale di un operaio odierno.



»Collaborazione con le menti migliori

»Un uomo solo alla testa di un programma e un’impresa tanto ambiziosa, ma con la coscienza e l’umiltà di circondarsi e di ricorrere al fior fiore dell’intelligenza contemporanea. Fra i suoi correttori di bozze aveva Marco Musuro e Demetrio Calcondila. Erasmo stesso, come più tardi dai Froben a Basilea, lavorava ai suoi Adagi per l’edizione del 1509 in un angolo della tipografia, e a mano a mano che ne compilava un foglio lo passava direttamente agli operai che lo trasformavano in piombo, per poi darne la bozza da rivedere ad Aldo stesso.

»Il quale da quel momento non ammetteva di essere disturbato da chicchessia: Studeo, diceva, e basta. Non ne fu distolto che dalla morte sei anni dopo, settentanne, nel febbraio del 1515, lasciandosi alle spalle 120 edizioni in vent’anni di lavoro, che lo aveva ormai sfinito: ultimo e ancora in corso un altro Lucrezio quindici anni dopo il primo».


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